Nuovo Regolamento Europeo sulla privacy

Il 25 maggio entrerà in vigore il Nuovo Regolamento Europeo sulla privacy e sulla conservazione dei dati sensibili che prevede nuove incombenze per il Medico di Medicina Generale e il Pediatra.

 

 

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Data protection officer. Da oggi possibile nominare questa nuova figura. Chi deve adeguarsi alla nuova normativa?

Tralasciando ospedali e case di cura che devono senza dubbio nominarlo, in area sanitaria i soggetti per cui sorge il dubbio circa l’obbligo di tale nomina sono numerosi: dai poliambulatori ai medici di base, dagli odontoiatri alle case di riposo. Alcuni vorrebbero evitare nuove “spese”. Siamo sicuri che il possibile risparmio di qualche migliaio di euro l’anno valga la perdita delle garanzie e dei vantaggi che può offrirmi un DPO preparato?  

 

 

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La Corte di Cassazione (ordinanza 11749/2018) ha rinviato alla Corte di Appello una sentenza con cui si escludeva il risarcimento a un paziente male informato, per riesaminare il caso alla luce del danno da lesione del diritto di autodeterminazione, provocato appunto dalla mancanza di un corretto consenso informato.

Se un intervento chirurgico non ha esito positivo e il paziente lamenta un mancato consenso informato, è lui a dover dimostrare che lo avesse avuto in modo corretto non si sarebbe fatto operare. Ma è anche vero che gli spetta comunque il danno non patrimoniale da mancata richiesta e, quindi, l’impossibilità di autodeterminarsi.

Partendo da questi presupposti, la Corte di Cassazione (ordinanza 11749/2018) ha rinviato alla Corte di Appello di Napoli una sentenza con cui si escludeva il risarcimento a un paziente male informato per riesaminare il caso alla luce del danno da lesione del diritto di autodeterminazione, provocato appunto dalla mancanza di un corretto consenso informato.   

Il caso

Un paziente era stato operato in una casa di cura per una “cataratta sottocapsulare all’occhio sinistro” sfociata poi invece in un trapianto di cornea. Il paziente aveva chiesto il risarcimento danni per violazione da parte del medico  “dell’obbligo di renderlo edotto, tramite il consenso informato, del tipo di intervento, dei suoi rischi e delle possibili complicanze”, provocando così la perdita della possibilità di esercitare consapevolmente una serie di scelte personali come quella di non sottoporsi all’intervento o di farsi operare in un momento successivo o di scegliere un’altra struttura ritenuta più adeguata.

 

La perdita della possibilità di esercitare tali opzioni genera una privazione della libertà del paziente di autodeterminarsi (diritto costituzionalmente garantito) ma anche una sofferenza psichica.

Da un lato gli impedisce di predisporsi mentalmente nelle condizioni di subire l’intervento e le sue conseguenze, mentre dall’altro (ex post) lo proietta nella situazione di grave turbamento psichico che deriva dalla constatazione degli effetti negativi dell’intervento eseguito senza il suo consenso informato.

La sentenza

 La Cassazione ha deciso che anche se il paziente deve provare che se avesse avuto un informazione corretta avrebbe scelto diversamente, è comunque da tutelare la sua possibilità di autodeterminarsi che, lesa, porta a un danno non patrimoniale da mancata richiesta.

“Appare conforme a diritto la decisione della Corte territoriale – si legge nella sentenza della Cassazione – nella parte in cui ha escluso la risarcibilità del danno da lesione del diritto alla salute in tesi derivato dalla violazione dell’obbligo di acquisizione del consenso informato (in base all’accertamento – che costituisce oggetto di indagine di merito, non sindacabile in sede di legittimità – secondo il quale l’attore non aveva dato la prova che, ove fosse stato correttamente  informato  dei rischi e delle complicanze dell’intervento,  avrebbe  verosimilmente rifiutato di sottoporvisi, né tale prova era emersa a  livello  presuntivo)”.

“Ma – aggiunge la Cassazione – deve invece ritenersi censurabile la medesima decisione nella parte in cui ha escluso la risarcibilità del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé considerato, sul rilievo che l’appellante non avesse indicato in nessun modo quali fossero stati, in concreto, i pregiudizi non patrimoniali, diversi da quello alla salute, da lui subìti in conseguenza della mancanza di adeguata informazione, né avesse chiarito in cosa fossero consistite le sofferenze fisiche e psichiche allegate quale conseguenza del deficit informativo”.

Secondo la Core quindi “in relazione a tale statuizione – e in accoglimento, per quanto di ragione, dei motivi di ricorso in esame – la sentenza impugnata deve pertanto essere cassata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, la quale esaminerà la domanda di risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in tesi causato dalla violazione dell’obbligo di acquisizione del consenso informato, uniformandosi ai principi sopra illustrati”.


Il finanziamento del Ssn si basa sulla capacità fiscale regionale, e corretto da alcune misure perequative. Al finanziamento del Ssn concorrono l'Irap, l'addizionale regionale all'Irpef e la compartecipazione all'Iva. Con la flat tax si rischia un calo di 58 mld rispetto a quello Irpef attuale. Numeri che non potrebbero essere compensanti dalla sola emersione dell'imponibile finora nascosto da evasione o elusione. Diventerebbe necessaria una forte razionalizzazione delle "tax expenditures", o il Ssn pubblico e universalistico potrebbe diventare economicamente insostenibile

Procedono i lavori del tavolo tecnico per la stesura di quello che dovrebbe diventare il nuovo programma di governo di MoVimento 5 stelle e Lega. Tra i punti cardine dell’accordo troviamo la proposta leghista di una flat tax con un’aliquota unica al 15%. Sembrerebbe poi che si stia studiando (da valutare i profili di costituzionalità) anche una possibile seconda aliquota al 20% per chi ha redditi superiori agli 80mila euro l’anno. In quest’ultimo caso sarebbe tecnicamente improprio il ricorso al termine flat tax, dal momento che resterebbero a regime due diverse aliquote.
 
Al di là dei dettagli tecnici, la possibile rivoluzione fiscale impone quesiti importanti circa le ricadute sul sitema di welfare. E, per quanto di nostro diretto interesse, c’è da chiedersi se, con un sistema fiscale così impostato, si riesca a mentenere in vita un Servizio sanitario nazionale pubblico ed universalistico come il nostro. Un sistema già oggi in sofferenza e sottofinanziato rispetto al resto dell’Europa occidentale. 

 

 
Oggi abbiamo un sistema di finanziamento del Ssn basato sulla capacità fiscale regionale, e corretto da alcune misure perequative. Al finanziamento del Ssn concorrono l’Irap, l’addizionale regionale all’Irpef e la compartecipazione all’Iva.
 
Il fabbisogno sanitario nazionale standard risulta pertanto finanziato dalle seguenti fonti:
entrate proprie degli enti del Ssn (ticket e ricavi derivanti dall’attività intramoenia dei propri dipendenti).

fiscalità generale delle regioni: Irap (nella componente di gettito destinata alla sanità) e addizionale regionale all’Irpef. Poiché i valori di gettito dell’Irap e dell’addizionale regionale all’Irpef considerati per l’anno di riferimento costituiscono valori stimati, qualora i gettiti effettivi risultino inferiori, il differenziale viene ssicurato dal fondo di garanzia di cui all’articolo 13 del Dlgs 56/2000. Le risorse relative alle due imposte sono erogate alle regioni ogni mese integralmente;
 
compartecipazione delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano: compartecipano al finanziamento sanitario fino a concorrenza del fabbisogno non soddisfatto dalle fonti di cui ai precedenti punti, tranne la Regione siciliana, per la quale l’aliquota di compartecipazione è fissata dal 2009 nella misura del 49,11% del suo fabbisogno sanitario;

bilancio dello Stato: finanzia il fabbisogno sanitario non coperto dalle altre fonti di finanziamento essenzialmente attraverso la compartecipazione all’imposta sul valore aggiunto – Iva (destinata alle Regioni a statuto ordinario), e attraverso il Fondo sanitario nazionale (una quota è destinata alla Regione siciliana, mentre il resto finanzia anche le spese sanitarie vincolate a determinati obiettivi).
 
L’introduzione di una flat tax con un’aliquota così bassa potrebbe far calare drasticamente il gettito e, di conseguenza, le risorse disponibili al finanziamento della sanità. Uno studio del Fondo monetario internazionale sul tema ha concluso che, fatta eccezione per il caso della Russia, negli altri Paesi dove è stata adottata di recente la flat tax ha portato a una riduzione delle entrate per lo Stato dai redditi sulle persone fisiche.
 
LaVoce lo scorso gennaio aveva fatto alcuni calcoli basandosi sulla proposta di ‘tassa piatta’ avanzata dalla Lega. Ebbene, questa riforma fiscale produrrebbe un gettito di 94 miliardi all’anno (escludendo le addizionali regionali e comunali), con un calo di 58 miliardi rispetto a quello Irpef attuale.
 
Uno degli argomenti a favore dell’introduzione della flat tax con un’aliquota molto più bassa di quelle oggi in vigore sugli scaglioni più alti è che farebbe emergere base imponibile finora nascosta da evasione o elusione. La relazione annuale sull’evasione del Mef  stima una perdita di gettito Irpef da evasione di circa 35 miliardi. Nell’ipotesi più rosea in cui si potessero recuperare tutti, mancherebbero ancora 23 miliardi. Anche ammettendo un eventuale effetto sulla crescita economica, con conseguente aumento di gettito, è molto improbabile che si arrivi a recuperarli. 
 
Diventerebbe a questo punto indispensabile, per tutelare i servizi pubblici, prevedere norme comepnsative con un importante intervento di razionalizzazione e snellimento delle “tax expenditures” (detrazioni, deduzioni, sconti fiscali, ecc.) per salvaguardare la spesa pubblica compensando così il calo del gettito.
 
Una misura, quest’ultima, che non manca di suscitare perplessità. Proprio in tema di flat tax, lo scorso gennaio l’economista Roberto Perotti spiegava: “La flat tax viene spesso presentata come un modo per tagliare il nodo gordiano delle centinaia di agevolazioni fiscali, molte delle quali senza alcuna ratio economica o sociale, che finora nessuno è riuscito a sciogliere: una deduzione generosa che dà la scusa per tagliare tutte le altre agevolazioni, e magari anche un po’ di spese sociali”.

Questa è la scommessa vera della flat tax. Il rischio, altrimenti, diventerebbe quello di una drastica riduzione del gettito, quindi di una delle principali fonti di finanziamento del Ssn. Il sistema sanitario, così come lo conosciamo, rischierebbe di diventare economicamente insostenibile. A meno di non aprire, in maniera consistente, al privato.


Indagine Fimmg: “Medici di famiglia sempre più telematici”

Il 55% del campione afferma di inviare e ricevere telematicamente informazioni clinico-assistenziali dei pazienti. Il 69% si dichiara interessato ad utilizzare uno strumento informatico per definire un Piano Assistenziale Individualizzato, usato al momento solo dal 9%. Questi i dati della ricerca del centro studi Fimmg-Osservatorio innovazione digitale in sanità del politecnico di Milano presentati oggi. Misericordia: “Medicina generale attenta alle evoluzioni dell’Ict

 

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