Il sindacato autonomo lancia il suo slogan “Insieme per formare più’ medici” e porta le sue proposte al Ministero della Salute. “Sforzi e programmazione congiunta per far crescere il territorio ed evitare che milioni di Italiani rimangano senza Medico di Famiglia nel prossimo futuro”.

Il Sindacato Autonomo lancia il suo slogan “Insieme per formare più medici” e porta le sue proposte al Ministero della Salute.
 
“Abbiamo già espresso giudizio favorevole – sostiene Angelo Testa, presidente nazionale dello Snami – alla riapertura dei termini – per le domande di iscrizione al concorso per il triennio di formazione che porterà 860 borse aggiuntive del corso di Medicina Generale. Ora riteniamo utile portare delle proposte concrete in tal senso al Ministero della Salute”.
 
“Per Noi sono fondamentali – dice Salvatore Cauchi, vicesegretario nazionale Snami, – la riduzione, temporanea, da tre a due degli anni del corso di formazione in MG con conseguente aumento di 1/3 delle borse, la formazione continua, permettendo agli esclusi di subentrare a coloro che lasciano per passaggio alla specialità e la riforma del corso di formazione, prediligendo l’attività svolta dal medico di famiglia e utilizzo di tutte le professionalità della medicina generale, esistenti sul territorio, sia sotto forma di tutor che di docente”.

 

 
“Inoltre – continua l’altro vicesegretario nazionale Nino Grillo – sono importanti per il nostro sindacato l’accesso alla formazione senza borsa e con limitazione delle incompatibilità nelle regioni in cui vi sia una carenza ed i posti con borsa siano stati tutti coperti, l’accettazione di fondi extra provenienti da fondazioni e aziende private  (ENPAM, Assicurazioni, ecc) al fine di aumentare il numero delle borse e l’aumento pecuniario della borsa per equipararla a quella della specializzazione”.
 
“Sforzi e programmazione congiunta – conclude il leader dello Snami – per far crescere il territorio ed evitare che milioni di Italiani rimangano senza Medico di Famiglia nel prossimo futuro!”.

ate categorie di prodotti.


La denuncia Asfi.

L’Associazione scientifica farmacisti italiani lancia l'allarme sulla crescente immissione in commercio di questi prodotti propagandati presso la classe medica come se fossero veri e propri medicinali dotati di proprietà terapeutiche. L’Asfi ritiene necessario che la categoria degli integratori alimentari con finalità salutistiche e quella dei nutraceutici siano oggetto di una legislazione più stringente, che impedisca possibili abusi a danno del paziente.

L’Associazione scientifica farmacisti italiani (Asfi) esprime “profonda preoccupazione” riguardo la continua e crescente immissione in commercio di nuovi prodotti salutistici, notificati presso il Ministero della Salute come “integratori alimentari”, ai sensi del Decreto legislativo 21 maggio 2004 n. 169, ma poi, si legge in una nota, “propagandati presso la classe medica come se fossero veri e propri medicinali dotati di proprietà terapeutiche, da prescrivere su ricetta medica, per curare precise patologie acute e croniche, come se fossero una valida alternativa per i medicinali autorizzati per quelle indicazioni”.

“Ciò genera confusione e disorientamento, sia tra i Farmacisti che operano a contatto con il pubblico, sia tra i pazienti, anche a causa della tipologia di confezionamento adottato, a prima vista indistinguibile da quello dei medicinali. Tali prodotti si presentano, infatti, in forma di capsule, compresse, bustine, gocce, sciroppi, fiale da bere, ed altre forme di confezionamento primario tipici dei medicinali, racchiusi in scatole che contengono un foglietto illustrativo graficamente molto simile a quello che deve essere presente per legge nelle scatole dei medicinali”, spiega l’associazione.

 

Gli integratori alimentari ed i nutraceutici, scrive ancora Afi, “per legge non possono vantare proprietà terapeutiche: sono prodotti che possono al più essere proposti per supplementare la normale dieta con elementi nutritivi utili per il mantenimento o il recupero del benessere. Spesso, però, tale previsione legislativa, aggiungono i farmacisti scientifici, “è rispettata solo formalmente, mediante attenta preparazione del testo riportato sulle scatole e sui foglietti illustrativi, ma è disattesa nella pratica, in quanto tali prodotti vengono propagandati presso la classe medica come efficaci rimedi per varie patologie, da prescrivere su ricetta medica. In quest’attività, gli “informatori” che incontrano i medici prescrittori sono a volte aiutati dalla presenza, nella formula dell’integratore che propagandano, di sostanze attive presenti anche in farmaci autorizzati, a concentrazione paragonabile”.

L’Asfi ricorda le sostanziali differenze che sussistono tra la legislazione che disciplina gli integratori alimentari salutistici e quella che disciplina i medicinali autorizzati:
– per l’immissione in commercio di un nuovo integratore alimentare salutistico non è necessario alcuno studio preliminare che ne valuti l’efficacia; basta notificare l’etichetta del prodotto, che riporti la composizione quali quantitativa, al Ministero della Salute, e la registrazione segue il principio del silenzio-assenso. Inoltre, i foglietti illustrativi inseriti nelle scatole non sono attentamente monitorati e revisionati per legge, come previsto per quelli dei medicinali;
 
– per le aziende produttrici di integratori, non c’è obbligo di certificazione GMP (Good Manufacturing Practice), così come non sono previsti controlli indipendenti sulla qualità e la purezza degli ingredienti utilizzati, vige il principio dell’autocontrollo;

– non ci sono obblighi di legge riguardo la qualifica di chi ha l’incarico di occuparsi dell’informazione presso la classe medica degli integratori alimentari salutistici e dei nutraceutici, a differenza di quanto previsto per i medicinali, che possono essere propagandati solo da laureati in Informazione Scientifica sul Farmaco, triennale, o da laureati in altre discipline scientifiche che prevedano un corso di studio quinquennale, Allo stesso modo, non vi è alcun obbligo di legge che disciplini i folder e il materiale informativo rivolto alla classe medica, ed il loro contenuto non è sottoposto ad alcun controllo preventivo da parte delle autorità sanitarie, a differenza di quanto previsto per i medicinali;

– la pubblicità presso l’utilizzatore finale è consentita senza controlli preventivi: sono previste sanzioni (di importo relativamente modesto) solo a posteriori, se per la pubblicità sono stati utilizzati claim ritenuti ingannevoli o fuorvianti;

– la commercializzazione di tali prodotti è possibile in qualsiasi punto vendita che possa vendere alimenti, quindi anche tramite un sito online. Non è necessaria la presenza o la responsabilità di un Farmacista. Al momento essi sono venduti principalmente in Farmacia, ma non c’è alcun obbligo di legge perché ciò continui ad accadere: è lecito pensare che al momento ciò avvenga soprattutto per avvantaggiarsi subdolamente del rapporto di fiducia che i pazienti hanno istaurato con il proprio Farmacista di riferimento, ma in futuro essi potranno esser sempre più spesso venduti direttamente dalle aziende produttrici, tramite propri siti di e-commerce;

– per gli integratori alimentari salutistici, non ha efficacia quanto previsto dal comma 2 dell’art. 5 del Decreto Legge 4 luglio 2006, n. 223. Di conseguenza, sono possibili concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo, che abbiano l’obiettivo di promuoverne l’utilizzo, anche quando esso non sia strettamente necessario. Alcuni integratori sfruttano tale possibilità: sul foglietto illustrativo inseriscono l’indirizzo del sito web aziendale, e pubblicizzano la possibilità di acquistare direttamente gli integratori prodotti, con sconti molto significativi rispetto al prezzo consigliato, se si acquistano un certo numero di confezioni;

– allo stesso modo, per gli integratori alimentari non ha efficacia quanto previsto dagli artt. 170, 171 e 172 del TULS (R.D. 27 luglio 1934, n 1265) e dal comma 5 dell’art. 147 del d. lg 24 aprile 2006, n. 219 (Codice del Farmaco), che definiscono e sanzionano il reato di comparaggio farmaceutico.
 
L’Asfi ritiene che la crescita incontrollata di questa classe di prodotti, prescritti su ricetta medica e poi reperibili in commercio senza l’intermediazione esperta di un Farmacista, presenti “grossi rischi a medio – lungo termine per il futuro della nostra professione, in quanto concorre a banalizzare il concetto di farmaco, e a diffondere tra il grande pubblico l’idea che la nostra intermediazione tra medico e medicinale non sia oramai più necessaria. Così facendo, però, i pazienti vengono esposti al rischio di essere vittima di meccanismi economici e commerciali che nulla hanno a che fare con la tutela della loro salute”.

Per tutto quanto sopra riportato, l’ASFI ritiene necessario che la categoria degli integratori alimentari con finalità salutistiche e quella dei nutraceutici siano oggetto di una legislazione più stringente, che impedisca possibili abusi a danno del paziente, ed invita il Ministero della Salute e tutti gli Organi di vigilanza interessati ad aumentare l’attenzione con cui sorvegliano queste nuove delicate categorie di prodotti.


Senza una azione sinergica, che operi su vari fronti, anche l’eventuale immissione di nuove risorse mediche che, comunque, dati i tempi tecnici necessari per la formazione, non potrà avvenire in tempi congrui, rischia infatti di essere inadeguata a fronteggiare le nuove sfide del sistema

Carenza medici. Problema complesso che merita soluzioni integrate. A partire dal contratto

Senza una azione sinergica, che operi su vari fronti, anche l’eventuale immissione di nuove risorse mediche che, comunque, dati i tempi tecnici necessari per la formazione, non potrà avvenire in tempi congrui, rischia infatti di essere inadeguata a fronteggiare le nuove sfide del sistema

 

Finalmentesi è aperto un dibattito incalzante sulla problematica della carenza dei medici di medicina generale e di alcune discipline che rendono estremamente difficile la gestione di alcuni servizi essenziali, nonché ogni ipotesi di integrazione territoriale.
 
Pensare, ad esempio, di gestire il Piano nazionale della cronicità con una prospettiva di grave carenza dei Medici di medicina generale, significa elaborare teorie che non potranno trovare applicazione adeguata. Il ministro Grillo si sta impegnando in prima linea, coinvolgendo gli stakeholders del sistema, per la soluzione di un problema tanto grave quanto difficile da superare, perché, comunque, ci sono tempi tecnici per la formazione di medici specialisti/di medicina generale, che non consentono di affrontare rapidamente la situazione di emergenza che si è andata acuendo.
 
Riteniamo ottime le proposte della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, come pure molto apprezzabile l’impegno di tutte le categorie sindacali mediche ascoltate in audizione dal Ministero della Salute, che si sta facendo carico di indagare le modalità di superamento del problema, per capire come intervenire rapidamente.

 

 
In realtà, appare importante capire le cause profonde del problema, che ha molte facce e merita soluzioni integrate.
 
Ovviamente, al primo posto, la causa primaria sembrerebbe una grave carenza nel processo di programmazione, fortemente condizionato dalla carenza di risorse economiche. E questo è senz’altro vero; il Miur, e il mondo universitario in genere, si muove talora in maniera asincrona rispetto alle reali esigenze del SSN, con logiche che talvolta bypassano la inscindibilità, che dovrebbe essere garantita, sulla base della normativa vigente, tra didattica, ricerca e assistenza. Il risultato è a volte a danno della didattica e della ricerca, alte volte a danno degli aspetti assistenziali. La attuale normativa che regola il mondo universitario (l.240/2010) con il tempo ha mostrato serie lacune, soprattutto nelle regole del reclutamento universitario e, a tutt’oggi, il rapporto tra Ssn e Università è governato dal d.lgs. 517/1999, che necessita di una vigorosa riforma.
 
Per esempio, tale decreto, di 11 anni anteriore alla c.d. riforma Gelmini e, quindi, non in linea con la stessa, non impone ai Dipartimenti Universitari, attuali titolari della proposta di programmazione universitaria, di allinearsi alle esigenze del Ssn, con il rischio che i reclutamenti e le progressioni dei docenti universitari non avvengano tenendo conto anche delle esigenze assistenziali. Le conseguenze sono che il sistema sanitario non può rivendicare la necessità della maggiore presenza, presso le strutture sanitarie di riferimento, di alcune discipline o, nell’ambito delle stesse, di alcuni ruoli; d’altro canto il docente, al di fuori di una programmazione congiunta tra Università e SSN, potrebbe non avere uno spazio congruo per la didattica e la ricerca all’interno del sistema sanitario, aspetti essenziali per una adeguata formazione dei nuovi medici e per il miglioramento del sistema in generale, visto il ruolo strategico che, nello sviluppo di un Paese, riveste, o dovrebbe rivestire, sia la ricerca che la formazione. Ma se dobbiamo necessariamente programmare per risolvere l’attuale situazione di crisi, quanti medici servono? E qui entra in azione un ulteriore aspetto del problema.
 
Altra vera causa di crisi è la necessità di riforma del sistema sanitario attuale. La risorsa medica è una variabile strettamente dipendente dall’organizzazione. Un sistema ospedalocentrico ha più bisogno di certe discipline, un sistema che punta di più sulla dislocazione dei servizi sul territorio ha maggiormente bisogno di medici di medicina generale e, contestualmente, di nuovi ruoli delle altre professioni sanitarie. Disegnare una programmazione integrata tra Università, SSN, Regioni per la formazione dei medici, senza pensare di ridisegnare l’intero sistema, appare fortemente limitativo. Ormai è tempo di una nuova riforma del sistema sanitario, che tenga conto dei nuovi aspetti epidemiologici, sociali ed economici di contesto. Sarebbe utile avviare una programmazione delle risorse umane, sia in termini quantitativi che qualitativi, congrua con una nuova riforma del sistema.
 
Altro punto cruciale è il tipo di formazione dei nuovi medici, in termini di durata della stessa e di contenuti professionalizzanti. Il Decreto interministeriale (Miur, d’intesa con il Ministero della salute), recante gli standard, i requisiti e gli indicatori di attività formativa e assistenziale delle scuole di specializzazione di area sanitaria, del 13 giugno 2017, ha posto le basi per una migliore svolgimento dei crediti professionalizzanti, ma, nella pratica, rimangono aree di criticità che vanno rimosse. Le scuole devono essere in grado di fornire una formazione realmente professionalizzante. In via generale, poi, gli ordinamenti didattici delle singole scuole vanno adeguati con una formazione mirata al superamento di alcune sistemiche criticità e lacune: la gestione del rischio, l’appropriatezza delle prestazioni cliniche, l’approccio di processo e di presa in carico globale delle cure, gli aspetti di relazione con il paziente, tematiche che spesso mancano nella formazione specifica delle singole scuole.
 
La difficoltà di reperimento dei medici è maggiore in quelle discipline maggiormente esposte a rischi medico legali (medici d’urgenza, ginecologi, ortopedici, neurochirurghi, chirurghi vascolari, radiologi interventisti). Occorre recuperare la frattura culturale tra medico e paziente, insistere sul miglioramento dei processi di comunicazione, attuare la legge 24/2017 sulla responsabilità professionale sanitaria, attraverso l’emanazione dei decreti attuativi mancanti e il miglioramento del sistema delle linee guida, aprire un serio dibattito culturale sugli aspetti che la deontologia medica comporta, in termini di relazioni e di libertà responsabile di cura.
 
E’ fondamentale puntare su nuove modalità di formazione per i medici di medicina generale, vero fulcro di qualunque riforma del sistema, che enfatizzi un nuovo ruolo che punti di più sulla prevenzione e sulla continuità assistenziale. E’ necessario, altresì, avviare una formazione costante, in continuità con i medici specialisti e con quelli operanti presso le strutture per acuti, per assicurare una reale e consapevole presa in carico del paziente.
 
Si assiste ad un fenomeno importante di abbandono dei ruoli pubblici, spesso a vantaggio delle strutture private, infinitamente più libere di assicurare retribuzioni più adeguate alla professionalità acquisita dai singoli professionisti. Ciò provoca un gravissimo danno ad un sistema che investe ingenti risorse per formare negli anni professionisti, che poi scelgono la via della struttura privata, spesso accreditata. Il fenomeno merita una riflessione ed eventualmente vincoli nei confronti delle strutture accreditate nell’acquisizione dal pubblico dei professionisti.
 
D’altronde, il sistema pubblico paga poco e, in aggiunta, non è in grado di garantire progressioni di carriera che quanto meno compensino il basso livello retributivo. Tutto il sistema organizzativo è ancora schiacciato sulle responsabilità di struttura, che non possono che essere limitate e creano perimetri organizzativi che male si conciliano con la gestione per processi.
 
La prossima contrattazione collettiva deve introdurre meccanismi di novità rispetto ad un assetto, di fatto fermo al  CCNL del 2000, individuare incarichi professionali che si muovano lungo i percorsi di processi assistenziali, rivedere la distinzione tra struttura complessa e struttura semplice dipartimentale che oggi ha poco motivo di esistere.
 
Senza una azione sinergica, che operi su vari fronti, anche l’eventuale immissione di nuove risorse mediche che, comunque, dati i tempi tecnici necessari per la formazione, non potrà avvenire in tempi congrui, rischia di essere inadeguata a fronteggiare le nuove sfide del sistema.
 
Tiziana Frittelli
Presidente Federsanità